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Fa caldo! Molti di noi consultano le previsioni del tempo sperando in un abbassamento delle temperature, aspettando che passi l’ennesima ondata di calore annunciata, per poter tornare a un caldo più sopportabile. E invece, di anno in anno, dobbiamo constatare che la stagione estiva, quella in cui si spera di andare in vacanza, diventa sempre più rovente.

La crisi climatica rappresenta una delle minacce più gravi per il nostro futuro. Da molti anni si parla di accordi internazionali con l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura media globale a un massimo di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Tuttavia, questo target, che ha guidato numerosi negoziati sul clima negli ultimi quarant’anni, non sembra più raggiungibile, secondo un ampio studio pubblicato dalla rivista scientifica Earth System Science Data, a causa dell’insufficiente azione intrapresa dai governi di tutto il mondo. Questo studio è stato confermato anche dagli esperti del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, l’IPCC.

Il nostro pianeta ha attraversato diverse fasi di cambiamento climatico, ma quella attuale si distingue per la rapidità del fenomeno e per la causa principale: le attività umane che rilasciano nell’atmosfera gas che con la loro densità catturano il calore del sole creando un effetto serra. Nonostante gli allarmi lanciati dagli esperti sui rischi di un cambiamento climatico, la comprensione delle conseguenze sembra spesso rimossa; l’impatto psicologico sulla vita quotidiana è spesso oggetto di negazione o di minimizzazione collettiva. Questa reazione rappresenta una normale difesa psichica con cui la mente cerca di proteggersi dall’angoscia generata dalla percezione di un rischio globale e apparentemente incontrollabile.

Il cambiamento climatico viene spesso percepito come un problema lontano, sia nel tempo sia nello spazio: le sue conseguenze appaiono graduali e visibili solo in alcune fasi climatiche della vita quotidiana. Questo fenomeno, chiamato mismatch evolutivo, si spiega con il fatto che il nostro cervello è programmato per reagire a minacce immediate e tangibili, non a rischi lenti e diffusi come la crisi climatica. Inoltre, si percepisce una sensazione di impotenza: cosa possono fare le azioni individuali o di piccoli gruppi di fronte a un problema così vasto e globale Questo sentimento genera una paralisi emotiva e comportamentale che blocca la spinta all’azione e lascia spazio alla rassegnazione di fronte ai dati.

Tale atteggiamento può compromettere la capacità a livello individuale e della società nel suo complesso di rispondere in modo efficace alla crisi climatica, aggravandone le conseguenze. Occorre invece riconoscere la realtà della crisi climatica e il proprio disagio emotivo nell’affrontarla, per trasformare la paralisi in azione. Strategie come il supporto sociale, l’impegno attivo in iniziative ambientali e la promozione della consapevolezza del nostro ruolo e delle nostre scelte possono aiutare a superare il senso di impotenza e a costruire una progettualità collettiva.